Ricordando p. Luigi Fain Binda

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Ricordando p. Luigi Fain Binda

Superiore Generale Emerito

Pubblicato con tutti i permessi corrispondenti

 

Fratelli miei cari,

quando la scienza tace di fronte ad un cuore che non batte più, è l’ora della verità, l’ora che apre le porte alla vita senza tempo, alla vita che non ha più tempo, che non è più soggetta al tempo, che partecipa dell’eternità di Dio.

Ciò che ci viene promesso oltre la morte diventa programma di vita per noi credenti. La promessa della vita eterna non ci aliena da questo mondo, ma ce ne restituisce la responsabilità. Questa stretta unità tra il presente della fede e il futuro della visione beatifica ci sorregge nella speranza e ci rende attivi interpreti del tempo per orientarlo verso le cose nuove che Dio farà per gli uomini, quando «asciugherà ogni lacrima…e non vi sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate» (Ap 21,4). Così si esprime il Santo Padre: «La vita è un dono, e quando è lunga è un privilegio, per sé stessi e per gli altri… Nella Bibbia la longevità è una benedizione. Essa ci mette a confronto con la nostra fragilità, con la dipendenza reciproca, con i nostri legami familiari e comunitari, e soprattutto con la nostra figliolanza divina… Dio Padre dona tempo per approfondire la conoscenza di Lui, l’intimità con Lui, per entrare sempre più nel suo cuore e abbandonarsi a Lui. È il tempo per prepararsi a consegnare nelle sue mani il nostro spirito, definitivamente, con fiducia di figli» (Papa Francesco, Discorso ai partecipanti al I congresso internazionale di pastorale degli anziani, 31 gennaio 2020).

Ebbene, sembra dirci il Santo Padre Francesco, ci è data l’opportunità di conoscere Cristo, di sperimentare il suo amore per noi, in modo che le nostre scelte siano a poco a poco conformi al suo pensiero e al suo stesso stile di vita. Come Cristo ci ha amato donandoci tutto se stesso, così, seguendo Lui, anche la nostra vita può diventare un riflesso della sua, assumendo, come orientamento fondamentale, la legge del dono, cioè dell’offerta di noi stessi, di un amore, quindi, che non cerca il proprio tornaconto, ma che si regala, anzi si spende, a favore degli altri.

Così è stato per p. Luigi Fain Binda, che il 25 ottobre u.s. alle ore 21:30, chiudendo gli occhi allo scorrere delle vicende nella storia, si è lasciato afferrare da Gesù, il Figlio eterno del Padre che, risorto da morte, lo ha introdotto nella liturgia del cielo e gli ha donato l’immortalità.

Il nostro cuore, di fronte alla notizia della morte di p. Luigi, è stato attraversato da molteplici senti menti: il dolore e il turbamento per la morte di un fratello e di un padre; la riconoscenza e la gratitudine per quanto egli ha fatto per la nostra amata Congregazione; la stima e la considerazione per un confratello che ha saputo mettere a disposizione di tutti il suo patrimonio di conoscenze e il suo amore per la preghiera e per la vita di consacrazione.

Padre Luigi nacque il 31 dicembre 1934 a Roma, secondogenito di cinque figli, da Costantino e Olga Gallarotti. Fu battezzato il 28 aprile 1935 a San Giovanni in Laterano, ricevette la prima comunione il 24 aprile 1942 presso la Chiesa di S. Francesco a Ripa in Roma e la Confermazione lo stesso giorno nella Basilica di San Pietro in Vaticano.

Fu accolto nell’Aspirantato di Porto nel 1948 e vi rimase fino al 1952 ottenendo buoni risultati scolastici. Il 7 settembre 1952 fu ammesso al noviziato presso l’Istituto del Mascherone in Roma, sotto la guida di p. Giuseppe Battistella e poi di p. Latino Muzzi.

Il giorno 8 settembre 1953 emise la prima professione ad triennium e l’8 settembre del 1956 si consacrò in perpetum. In questi anni ottenne la maturità classica presso l’Istituto Calasantianum in Roma e fu prefetto assistente a Porto con gli aspiranti. Iniziò così il biennio filosofico presso la Pontificia Università Urbaniana (già Propaganda Fide) e nell’anno ’58 frequentò anche il biennio di Mariologia alla Pontificia Facoltà Teologica «Marianum» in Roma.

Il 12 settembre 1959 ricevette i ministeri dell’ostiariato e del lettorato; l’8 maggio 1959 quelli dell’esorcistato e dell’accolitato; il 9 luglio il suddiaconato. In questi anni si distinse già per serietà e impegno nel cammino di discernimento vocazionale, come testimoniano le relazioni dei suoi formatori: «Ho constatato in lui un continuo e costante lavoro di perfezionamento spirituale e culturale per il conseguimento della sua vocazione. (…) L’ho sempre ammirato per la spiccata intelligenza e vivida intuizione, per la ferrea volontà e per la virtù angelica. È un professo dalle solide convinzioni, di coscienza retta e sensibilissima, senso di responsabilità fortissimo e carattere equilibrato» (Relazione per l’ammissione al Sud diaconato, 2 giugno 1961).

Fu ordinato Diacono il 29 ottobre 1961 presso la Chiesa di S. Marcello al Corso e il 23 dicembre dello stesso anno entrò nell’ordine dei presbiteri per l’imposizione delle mani e la preghiera consacratoria di S. Em. Card. Luigi Traglia, presso la Basilica di S. Giovanni in Laterano.

Nel 1962 concluse gli studi istituzionali di Teologia presso la PUU, conseguendo il Baccellierato. Fu assegnato quindi a Porto, con l’incarico di economo e insegnante nell’Aspirantato.

L’anno successivo fu trasferito alla Comunità di S. Maria Porto della Salute in Fiumicino e ricoprì l’ufficio di vicario parrocchiale e insegnante. In questi anni conclude la licenza in filosofia presso la PUU.

L’obbedienza lo assegnò poi a Cagliari, dove nel 1965 fu parroco della Comunità Beata Vergine della Salute (Poetto). In questi anni si dedicò anche all’insegnamento della filosofia presso il Seminario diocesano di Cagliari e alla docenza di religione presso il Liceo statale G. Siotto Pintor sempre nel capoluogo sardo.

Nel 1969 fu destinato di nuovo a Porto, come direttore dell’Aspirantato e promotore vocazionale. Nel 1971 subisce un brutto incidente in strada: fu investito da un bus di linea e dovette rimanere internato all’ospedale S. Eugenio in Roma per diverso tempo.

Dal 1971 al 1975 fu nominato Superiore della Comunità di Porto, Direttore dell’Aspirantato e dello Studentato FSMI.

Fu poi inviato a Verona, nel 1975, per dare vita al Centro vocazionale “Madonna della Fiducia” di Poiano: in questi anni si adoperò nella ristrutturazione del castello, nell’adattamento delle strutture e nella costruzione della cappella.

Nel 1980 fu nominato maestro dei novizi; l’anno seguente fu eletto Superiore Generale nel XIII Capitolo generale ordinario e riconfermato nel XIV Capitolo del 1987. Nel periodo di questo secondo mandato ha dato inizio alle nuove opere nelle Filippine, in Polonia e in Messico. La sua grande intuizione fu di impostare queste nuove fondazioni dedicandole alla pastorale prevalentemente vocazionale: centri di accoglienza, seminari, case di formazione, comunità di discernimento.

Nel XV Capitolo del 1993 fu eletto vicario generale e incaricato dei novizi a Poiano, dove rimase fino al 1999, anno in cui fu nuovamente eletto Superiore generale nel XVI Capitolo FSMI e riconfermato nello stesso incarico durante il XVII Capitolo Generale del 2005.

Nel 2011, terminato il suo lungo servizio di governo, fu nominato p. Spirituale dello Studentato di Porto e dal 2015 al 2017 accettò nuovamente l’incarico di Maestro dei novizi a Poiano.

Dal 2017 fino al suo giorno di “nascita al cielo” svolse il suo ministero sacerdotale presso la Comunità S. Maria Ausiliatrice in Verona, e fu ancora incaricato di gestire la Casa di Poiano.

Negli ultimi mesi a Verona il Signore lo ha messo a dura prova e lo ha fatto vivere in comunione con la sua passione. La cardiopatia e le patologie cardiovascolari lo hanno a poco a poco fiaccato e consumato, fino a giorno del suo trapasso. La morte di p. Luigi, preceduta da un tempo di sofferenza, pazientemente sopportata partecipando ai patimenti di Cristo, rappresenta per tutti noi il suo ultimo atto di servizio ministeriale, di annuncio evangelico, di amore a Gesù.

La fede nella risurrezione, nell’incontro definitivo con il Signore, non ha mai abbandonato p. Luigi,che ha potuto sperimentare, anno dopo anno, la dimensione della fede come vigilanza e speranza operosa nell’attesa di abbracciare il Signore Gesù al quale si era donato. Il desiderio e la ricerca di Dio – ben presenti nell’animo di p. Binda e raffigurate anche nelle parole del Salmo 63 – trovano ora risposta e pieno compimento, diventando un perenne canto di lode: «ti benedirò per tutta la vita: nel tuo nome alzerò le mie mani… con labbra gioiose ti loderà la mia bocca… esulto di gioia all’ombra delle tue ali» (Sal 63,5-8).

Decisamente arduo poter descrivere in poche righe la personalità e le numerose opere con cui p. Binda si è messo a servizio del nostro Istituto. Provo a offrire solo qualche breve tratto, prendendo spunto anche da ciò che lui stesso ci ha lasciato per iscritto.

La sua raffinata sensibilità spirituale si deve certamente alla famiglia di origine, in particolare alla mamma Olga, ma anche alla sua grande ammirazione per l’esperienza di Charles de Foucauld (in religione fratel Carlo di Gesù) e all’interesse per il Movimento Contemplativo Missionario di Cuneo, iniziato da padre Andrea Gasparino, per il quale nutriva uno straordinario apprezzamento e del quale godeva una sincera amicizia.

Fu per questo che ebbe grande considerazione per la preghiera, in modo particolare quella personale nel silenzio dei luoghi sacri, di fronte a Gesù. Aveva il cruccio di esortare alla preghiera e di insegnare a pregare, perché riteneva che chi prega bene, impara anche ad amare e a servire. Ascoltiamolo in un passaggio significativo inviato ai confratelli: «Puntiamo alla preghiera come nostro sommo bene: essa è desiderio, incontro, ricordo di Dio in Gesù Cristo, dono meraviglioso dello Spirito che dà sapore e vigore al nostro pensare, al nostro amare ed al nostro lavorare. Lì, e non altrove, scaturisce la sorgente della nostra vita religiosa. È auspicabile che le nostre comunità diventino, come suggerisce il Papa, vere scuole di preghiera» (Lettera di famiglia n.ro 16, 2001).

Il segreto della vita di p. Luigi è stato quello di impostare la sua esistenza orientandola a Dio, rendendola ricca dell’incontro con Lui, abitata dall’amore del Signore che accompagna i lunghi anni della sua esperienza terrena, facendolo sentire amato e, di conseguenza, amandolo. Così scrive nel suo testamento: «Il tempo si fa breve e la morte è una cosa seria. Gesù guardo a te in croce mentre mi consegni a tua Madre e così, in compagnia, con umiltà e fiducia vado camminando in fretta verso “quella porta santa” dove tutto si compie ed io verrò risanato dal tuo perdono e reso finalmente capace di amare. (…) Questa vita avuta in dono te l’ho già data tanti anni fa, è tua» (Ultime volontà, lettera manoscritta del novembre 2000).

Padre Luigi ci ha raccontato che l’amore di Dio, l’essere da Lui amati fa vivere e accompagna una vita intera. Ma come si poteva vedere in lui questa relazione di amore con Dio? Lo si è visto, e tanti l’hanno sperimentato, nella sua dedizione, nel suo aprirsi agli altri, nella sua capacità di ascolto, nel desiderio di voler accompagnare i confratelli con misericordia e attenzione; lo si è visto soprattutto nel mini stero della consolazione e nell’arte di educare amando. In questo modo ci ha parlato, ci ha regalato un riflesso dell’amore di Dio.

Il messaggio che p. Luigi ci ha lasciato sembra piuttosto chiaro: non abbiate paura di cercare l’amore di Dio, non abbiate paura di desiderare una vita beata, una vita che in comunione con Dio sa fare il bene, sa confidare in Lui, e ci fa riconoscere cittadini del Regno dei cieli. E tutto ciò diventa visibile nei voti di consacrazione religiosa, come lui stesso ci fa notare in un passo dei suoi scritti: «Se la scelta dei voti impegna la nostra vita nell’osservanza dei Consigli Evangelici possiamo ben dire che essi mirano ad incarnare il nostro carisma nella vita concreta, ad orientare il dono totale di un amore casto, povero ed obbediente sulle orme di Cristo servo, e della “Serva del Signore”. Quanto è importante la virtù cristiana dell’umiltà, il vivere nello stile dell’umiltà: una umiltà vissuta nella semplicità di vita, nell’impegno costante e condiviso con i fratelli, mirando sempre alla gloria di Dio. È un cammino che richiede la costanza del sacrificio quotidiano, la pazienza di chi riconosce la propria debolezza unita a quella dei fratelli e l’attesa di chi sa che i tempi di Dio non sono i nostri. Nei voti religiosi l’umiltà e la gratuità si fanno misura dell’amore oblativo, segno sicuro della maturità affettiva che si rispecchia in Maria tanto a Nazareth che sotto la croce» (Lettera di famiglia n.ro 30, 2003).

Non è facile per nessuno consegnarsi all’Amore come atto supremo di fede e di dedizione al Signore, ma la vita religiosa e sacerdotale di p. Luigi ci dice che è possibile. Insieme alla gratitudine, all’emozione, al ricordo, chiediamo la grazia di raccogliere questa sua eredità, come un “compito a casa” dato dal maestro ai suoi alunni. Quella eredità che ci viene dal centro, dal cuore della sua consacrazione religiosa e del suo sacerdozio. Questa, credo, sia stata la posizione del cuore di p. Luigi: stare nella Chiesa per amarla e servirla dal di dentro, nei suoi membri, nei confratelli che il Signore gli ha affidato, nelle opere che con lui sono cresciute e nelle circostanze, a volte difficili e dolorose, che la vita non gli ha risparmiato.

Credo di non sbagliare di molto nel pensare che le celebri parole evangeliche della parabola dei talenti siano rivolte anche a p. Luigi: «Bene, servo buono e fedele… prendi parte alla gioia del tuo Signore» (Mt 25,22). Immagino il Padre buono dei cieli che, al presentarsi di p. Luigi al suo cospetto, abbia anche a lui rivolto queste parole rassicuranti: “Hai saputo adempiere al compito ricevuto e alla missione che il Signore ti ha affidato, quella di custodire, di accompagnare, di sostenere e di far fruttificare: custodire la ricchezza dei doni ricevuti nell’umiltà del servizio, accompagnare i confratelli nelle vicissitudini del ministero, sostenerli nell’avvicendarsi dei servizi loro affidati, incoraggiarli a donarsi senza risparmio, far fruttificare il loro impegno nelle opere del nostro Istituto senza paura, senza angoscia, senza ansietà”.

Un insegnamento che vale per tutti noi: abbiamo ricevuto un “patrimonio” da investire nel futuro e renderlo ancor più fruttuoso. Non commettiamo l’errore di nasconderlo o insabbiarlo. Sì, lo sappiamo: è più facile seppellire per inerzia i doni che Dio ci ha dato, piuttosto che condividerli; è più facile conservare i tesori ricevuti che andarne a scoprire di nuovi. Ma questo non fa piacere a Dio, per il quale occorre avere il coraggio di rischiare la propria vita, sapendo che tutto quello che ci è stato donato è un’opportunità che ci è offerta per rendere la nostra Congregazione più bella e più luminosa. Il Padre buono apprezza chi rischia e biasima chi si accontenta nascondendo sotterra quel che ha ricevuto.

Accennavo poc’anzi circa la sua particolare attenzione ad accompagnare i confratelli e a esortarli a vivere in pienezza la dimensiona fraterna, pilastro fondamentale della nostra vita di consacrazione. Era un suo anelito ricorrente e non mancava occasione per sottolineare l’indispensabile ricchezza che dalla vita in fraternità erompe significativamente. Scrisse a riguardo: «Come Religiosi, siamo consapevoli che i parametri della sociologia e della psicologia ci possono aiutare a chiarire certi comportamenti ma non a risolverli; noi abbiamo bisogno di un’altra dimensione. Il nostro rapporto di vicendevole fraternità, pur auspicando delle personalità umanamente mature, si spinge ad esigerle mature a livello di fede. È la fede che unifica interiormente e spiritualmente una persona in cammino vocazionale; è la fede che dilata gli spazi della carità, dove incontrarci, confrontarci, sostenerci, perdonarci, evangelizzarci e costruire la comunità» (Lettera di famiglia n.ro 36, 2004).

Un altro aspetto su cui non si può tacere è la sua paterna insistenza a vivere con lucidità il ministero giovanile-vocazionale che la Chiesa ci ha affidato. Non si stancava di ripetere a tutti i confratelli l’invito a collaborare per il carisma, in modo da poter affrontare con entusiasmo e competenza le sfide che la storia ci propone a scadenza fissa: sentirsi coinvolti, significa amare gli altri, amare la Congregazione e la propria vocazione di Figli di Santa Maria Immacolata. Seguiamo alcuni suoi pensieri, condivisi con noi nelle circolari di Congregazione: «Il lavoro vocazionale è un’attenzione, un focolaio di luce che mira spiritualmente al cuore dell’uomo, gli si avvicina e lo si accende “alle cose di Dio”. Mi piace contemplare la vocazione come un fuoco interiore che arde e se ne vede la luce e se ne sente il calore, tanto da poterne misurare la luminosità, la temperatura. Proviamoci!» (Lettera di famiglia n.ro 58, 1999). «Quale è il progetto e quali sono le tappe che mostriamo ai giovani con la nostra vita religiosa con quella delle nostre comunità? Quale è l’attualità e la visibilità del nostro amore? Perché è l’amore il più grande dei carismi e questo non lo si dimostra con un ragionamento in quanto, per sua natura, lo si può solo mostrare con la vita, con la nostra vita. A cosa valgono i fervorini d’occasione, i ritiri, se non si traducono in progetto, in testimonianza di vita?» (Lettera di famiglia n.ro 22, 2002).

A p. Luigi si deve, inoltre, l’incentivo allo studio e alla ricerca sulla spiritualità del venerabile Giu seppe Frassinetti, nostro Fondatore, e del prosecutore dell’opera p. Antonio Piccardo. La sua attenzione alle origini del nostro Istituto ci ha aiutato a riflettere sulla nostra identità ed operosità come Figli di Maria e come “eredità” del Frassinetti e del Piccardo. Padre Binda sentiva il bisogno di memoria storica, di tensione profetica, di riandare alla storia delle nostre origini, rielaborandola con fedeltà ed intelligenza per accogliere, riseminare e far fruttificare tale eredità quale prezioso tesoro di famiglia, nella nostra vita personale, informandone le nostre comunità, dando slancio all’intera Congregazione in una fisionomia compiuta. Sosteneva che i giovani hanno bisogno di sapere e di formarsi ai nostri valori culturali e spirituali, ripercorrendo le memorie fino alle radici, lì dove lo Spirito Santo ha sedotto con amore il Frassinetti ed il Piccardo, aprendo il loro cuore sulla povertà vocazionale nella Chiesa di quel periodo storico (che è poi anche quella dei giorni nostri).

Sul fondatore ha speso parole bellissime, di cui rimane traccia nelle circolari di famiglia: «Don Giuseppe appare un uomo comune ed è un contemplativo con il buon gusto delle cose di Dio. La sua è una fede adulta e pensata che ricerca il volto di Dio ed il cuore dell’uomo ed attinge, come da sorgente, alla celebrazione quotidiana della santa Messa ed alla Adorazione Eucaristica che pratica fin dalla giovinezza ed intensifica nei momenti difficili o delle decisioni importanti per sé e per gli altri. Una vita che si fa dono, come Sacerdote di Gesù Cristo, e che da Cristo si lascia condurre passo passo in un dialogo di amicizia lungo le pagine di un Vangelo vivo, concreto, esigente, reso attuale dalle necessità e dalle attese della sua Chiesa dell’ottocento, a cui cerca di rispondere con intuizioni e quindi con iniziative, associazioni, congregazioni e sempre solidale con i suoi più stretti collaboratori» (Lettera di famiglia n.ro 37, 2004).

È inoltre doveroso ricordare la sua intensa devozione alla Vergine Santa Immacolata, che proponeva spesso come maestra di vita e a cui invitava a guardare per trarre forza ed entusiasmo nel servizio ministeriale. Spesso terminava i suoi colloqui o i suoi incontri con i fratelli chiedendo di recitare insieme la preghiera dell’Ave. «È meravigliosa la vita della Madonna – scrisse in occasione della Solennità dell’Immacolata – è Lei che ci illumina e che con le sue esperienze di vita ci rivela e quasi ci anticipa il cammino della vocazione cristiana e religiosa. Il nostro carisma mariano, come singoli e come comunità, si alimenti e si ravvivi nel ripercorrere attraverso la preghiera e la carità il pellegrinaggio del cuore di Maria che non indugia mai presso di sé, ma, attratta dall’amicizia, si dona totalmente al suo Signore. Anche noi, come Maria e con Maria, diamoci interamente a Gesù. Si accenda in noi un ardente amore e possa irradiarsi ai giovani come proposta vocazionale» (Lettera di Famiglia n.ro 5, 1982).

Carissimi fratelli, sappiamo bene che il modo migliore per esprimere gratitudine per quanto abbiamo ricevuto e per onorare la memoria dei nostri maestri è quello di sapere che essi sono nella pace, far tesoro di quanto appreso, approfondire e trasmettere a nostra volta gli insegnamenti di vita ricevuti. Nell’ora di Gesù che guarda oltre la morte troviamo la speranza di cieli nuovi e terra nuova. È la speranza che p. Luigi nella sua vita terrena ha sempre tenuta desta grazie alla sua fede nel Dio della vita, il Dio che crea e conserva in vita. Insieme possiamo dire con San Girolamo: «È un grande dolore averlo perduto, ma Ti ringraziamo, o Dio, di averlo avuto, anzi di averlo ancora, perché chi torna al Signore non esce di casa»(San Girolamo).

Ci mancherai, p. Luigi! Ci peserà il vuoto che lasci, ma non ti sentiremo lontano. Non ti sentirà lontano questa tua Congregazione, che hai servito con intelligenza, con passione e tanta saggezza e che hai amato intensamente, anche nelle sue parti più fragili e malate. Continua ad assicurarci dal cielo la tua preghiera, perché diventiamo tutti un riflesso luminoso del Signore all’interno della nostra storia, testimoni e annunciatori della misericordia di Dio.

Grazie di cuore per la tua squisita paternità e per la carità vissuta fino alla fine. Aiutaci ad allargare il cuore all’ascolto di Gesù, non di noi stessi o del pensiero corrente. È solo Gesù la fonte della vita, la verità e il bene, la via per raggiungere la liturgia del Cielo, dove ora tu ti trovi cantando nella beatitudine il “tre volte santo” insieme ai nostri cari confratelli che ci hanno preceduto: «In conspectu angelorum psallam tibi, adorabo ad templum sanctum tuum» (Sal 137,2).

Lasciamo che sia p. Luigi a pronunciare le ultime parole di commiato: «Abba Padre, quanto mi hai amato, grazie. (…) Grazie per ogni creatura che mi ha amato, generato, educato, istruito, corretto, perdonato. Grazie per la famiglia naturale, carissima, per la Chiesa madre universale e per la Congregazione, la mia piccola e bella chiesa locale, vissuta nello spirito dell’Immacolata e sull’esempio del Frassinetti, del Piccardo, del Minetti, del Battistella e di tanti altri confratelli buoni. Grazie per essere religioso: una vita data a te. (…) Benedici quanti mi hanno amato e perdona quanto non sono stato capace di fare o che ho fatto male. Sostieni tu quanti non ho saputo aiutare con cuore pieno e generoso. A tutti chiedo perdono e il ricordo presso l’altare del Signore» (Testamento manoscritto del Luglio 2000).

Dal cielo benedici tutti noi. Amen!

p. Roberto Amici

Superiore Generale

Lettera di Famiglia n.ro 66

Roma, 26 ottobre 2022

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